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| Bambini in miniera |
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di Giampietro Marchesi
I bambini cui si vuol fare qui
riferimento non sono i giovanissimi minatori impiegati nei lavori di scavo
e trasporto del minerale, non solo nellInghilterra della "rivoluzione
industriale" ma anche nella Valle Trompia del secolo scorso, ma piuttosto
i piccoli visitatori che dai primi mesi del prossimo anno inizieranno ad
addentrarsi nei cunicoli delle miniere dall'Alta Valle, a partire da
quelli della Stese di Pezzaze, accompagnati da guide appositamente
formate, oltre che dagli insegnanti o dai genitori. Affascinante anche per
gli adulti, è tuttavia per i più giovani che la visita ad una miniera può
rivelarsi una vera e propria esperienza, a patto che le finalità
conoscitive siano sostenute da una modalità di visita attenta a
valorizzare la dimensione dell'immaginario e i momenti di emozione che la
frequentazione del mondo sotteraneo pu˜ suscitare. Di questo infatti si
tratta: anche se opera dell'uomo, la miniera è innanzitutto il tramite per
entrare nella montagna, per muoversi sottoterra, in ci˜ non dissimile
nelle sue potenzialità evocatrici dalla grotta. é dunque opportuno tener
conto - nel momento in cui si avvia l'iniziativa triumplina - delle
esperienze che derivano dalla speleologia, in particolare dalla sua
pratica didattica, e non sottovalutare quindi le risonanze ancestrali che
il buio del mondo sotterraneo, in primo luogo, è in grado di risvegliare.
Fin dall'inizio, infatti, il problema principale per chi si avvicinava al
mondo sotterraneo, fu rappresentato dall'oscurità. Le grotte sono buie:
bisognava illuminare per poter vedere e quindi si entrava nell'antro
dapprima con dei pezzi di legno a cui si dava fuoco, poi con torce sempre
più elaborate per poi iniziare a costruirsi delle lampade rudimentali
alimentate a olio per poi passare al petrolio e al carburo. L'ambiente
sotterraneo, sia naturale (grotte, caverne antri, abissi) che artificiale
(miniere, sotterranei, prigioni, cunicoli segreti), fu comunque a lungo
messo in relazione con presenze inquietanti e sensazioni di paura, proprio
a partire dal suo tratto più caratterizzante: il buio. Diffuse erano così
le credenze popolari che nelle miniere si nascondessero entità ostili,
perfide o dispettose a secondo dei casi (anche se c'è da pensare che esse
fornissero non di rado giustificazione degli insuccessi nella ricerca
delle vene o nella perdita di un ricco filone). Agricola descrive così,
nel suo De re metallica, attorno alla metà del Cinquecento, queste
presenze: "in alcune delle nostre cave (benchè in poche) trovasi diavoli
di aspetto bruttissimo e spaventoso, i quali si cacciano con l'orazioni, e
coi digiuni". Un autore francese, anonimo, nel 1640 assicura che "i geni
delle miniere hanno sembianza di vecchi nani alti tre o quattro palmi,
vestiti di un logoro palandrano, con un grembiale di cuoio, un cappuccio
in testa, una lucerna in pugno e un bastoncello dall'altra mano". Ma, per
stare più vicino a noi, si deve ricordare che nel 1808 il Brocchi, nel suo
Trattato mineralogico chimico sulle miniere di ferro del dipartimento del
Mella, ci ricorda che "i folletti sono esseri malefici e stizzosi,
perseguitano i lavoranti, vietano loro l'accesso ai ricchi filoni e
finiscono con lo strangolarli".Ai nostri giorni ci sono molte occasioni
per fare delle esperienze nel mondo sotterraneo. Prima fra tutte la visita
di grotte turistiche (le più note in Italia sono quelle di Castellana in
Puglia, di Frasassi nelle Marche, la Grotta del vento in Toscana, la
Grotta gigante a Trieste, e quelle di Toirano e di Borgio Verezzi in
Liguria): il turismo speleologico in Italia coinvolge circa due milioni e
mezzo di persone all'anno.Meno nota, ma altrettanto significativa è
l'attività didattica che alcuni gruppi speleologici compiono favorendola
visita di piccole cavità disseminate un po' in tutta la penisola. Si pu˜
dire che nel tempo si sia formata una specifica competenza, che si
concretizza in precisi comportamenti e in interventi efficaci.Agli
incontri viene di solito fatta precedere una lezione, con proiezione di
diapositive, che illustra a grandi linee il fenomeno carsico, gli aspetti
superficiali, le forme tipiche delle grotte e il viaggio dell'acqua nelle
cavità. Successivamente una breve escursione sul terreno permette di
toccare con mano e di prender contatto con i fenomeni richiamati. Segue la
visita ad una grotta naturale dove, oltre ad essere evidenziate le cause
che hanno generato le cavità, viene proposta l'esperienza del buio.Non si
devono sottovalutare la curiosità e l'emozione che puntualmente i ragazzi
manifestano: "quando andiamo in grotta? quando ci date i caschi? c'è la
luce in grotta?". Queste le domande che hanno accompagnato per tutto il
tempo l'escursione in superficie. Quando poi, finalmente, si arriva nei
pressi della cavità, i ragazzi si precipitano a scegliere il casco dal
colore preferito, per essere i primi ad indossarlo.Il casco oltre a
proteggere la testa serve, nel caso di cavità naturali, quindi prive di
qualsiasi illuminazione, a trasportare il gruppo d'illuminazione
costituito da un beccuccio da cui fuoriesce il gas di acetilene e da un
impianto piezoelettrico che fa scoccare la scintilla per l'accensione.
L'acetilene è un gas infiammabile che produce una luce molto calda e
bianchissima e viene prodotto dalla reazione del carburo di calcio con
l'acqua. Dopo aver fatto indossare i caschi e spiegato il fenomeno del gas
di acetilene i ragazzi in fila indiana seguendo gli speleologi scendono
nella cavità: la massima preoccupazione è quella di sapere se la propria
fiammella è più o meno alta rispetto a quella dell'amico; alcuni tengono
il casco con ambedue le mani, altri sono preoccupati di non scivolare,
tutti manifestano in vario modo la loro eccitazione. A poco a poco
cominciano, sollecitati anche dalle spiegazioni degli speleologi, a
rendersi conto delle caratteristiche di questo mondo sconosciuto. Alcuni
si trovano a loro agio con l'alto tasso di umidità (vicina al 97-98%) che
pervade lo spazio e con il fango che copre il suolo, altri un po' meno.
Con stupore vengono osservate le goccioline d'acqua che stanno creando
stalattiti e stalagmiti. Quando la visita sta per avere termine si propone
ai ragazzi un piccolo esperimento: dovranno spegnere tutte le luci e
rimanere in silenzio, al buio. Molti sono entusiasti, alcuni meno e altri
sembrano un po' spaventati. Quando poi si rimane al buio, la prima
reazione è quella di un urlo generale, ma poi i ragazzi si zittiscono. E
si comincia ad ascoltare la voce della grotta: le goccioline che cadono,
l'acqua che scorre, rumori e suoni, il cui volume appare improvvisamente
amplificato dal buio, che per la prima volta si riesce a percepire.
L'oscurità è assoluta, il corpo è come annullato, la mente è tesa a
valutare la situazione, solo l'udito e l'olfatto ci possono soccorrere. Il
momento magico non può durare a lungo. é inevitabile che qualcuno rompa
l'incantesimo, con un grido o una risata. L'accompagnatore cerca di
prevenire questa interruzione intempestiva dell'esperienza e, dopo pochi
secondi, invita i ragazzi ad azionare il clicchetto del piezoelettrico e a
riaccendere le fiammelle. Nella maggior parte dei casi i ragazzi chiedono
di poter rifare il gioco una seconda e una terza volta: allora
l'attenzione e il silenzio sono maggiori, come se ognuno cercasse di
fissare qualcosa di un'esperienza che vorrebbe portare con sè quando, di
lì a poco, si tornerà in superficie, alla luce.Non molto dissimili sono
gli spunti che possono offrire le visite guidate ad ipogei artificali,
come quelli studiati dalla speleologia urbana (nella realtà bresciana
attualmente impegnata, ad esempio, nell'indagine dei camminamenti
sotterranei del Castello) o come, nel caso in questione, le miniere. La
miniera Stese, in comune di Pezzaze, rappresenta il primo caso nel quale
il lavoro di recupero Ð svolto nell'ambito del progetto del Parco
Minerario dell'Alta Valle Trompia Ð permette la visita ad un tratto dei
cunicoli. Questa miniera, che consta di una "galleria di ribasso" (scavata
cioè al fine di garantire il drenaggio delle acque per gravità) lunga
attualmente quasi due chilometri, fu iniziata nel 1886 dalla Società
Terni, che tuttavia interruppe lo scavo dopo 488 metri.La galleria aveva
lo scopo di esplorare in profondità i giacimenti del Servino della Val
Megua per poi incontrarsi con i filoni di siderite della Miniera Regina
Zoie e della Miniera Bandera.Le ricerche non ebbero esito positivo e la
Società Terni dopo pochi anni abbandonò la miniera. Solamente nel 1955 la
Fratelli Marzoli riprese i lavori alla Stese, dapprima estraendo minerale
di ferro (siderite) e successivamente la fluorite. La miniera che è stata
chiusa nel 1972, ha uno sviluppo di alcuni chilometri ed è caratterizzata
dall'avere al suo interno un pozzo inclinato di circa 200 metri.Il tratto
di galleria che è stato riaperto alle visite, che si sviluppa per circa
400 metri, si apre sulla sinistra del lungo percorso sotterraneo che
penetra rettilineo nella montagna. Questo tratto è denominato nella carte
minerarie "Ricerca Marzoli", e il suo sfruttamento fu determinato dalla
presenza di alcuni banchi di siderite. Pur limitata nel suo sviluppo
lineare, la galleria permette ai visitatori Ð sia pure attraverso un
allestimento temporaneo Ð di rendersi conto delle principali fasi di
lavorazione come l'abbattimento a mano e con pala meccanica, il
caricamento del minerale sul carrello tramite tramoggia, la preparazione
della volata con la perforazione dei fori per le mine.Caratteristica
peculiare di questa galleria, preziosa nell'arricchire quell'esperienza
del buio di cui si è detto, è la presenza, in punti diversi, di due
sortite d'acqua, derivanti da perdite del Torrente Morina che scorre in
superficie. La presenza dell'acqua risulta cos“ una caratteristica
costante: sulle pareti e sul soffitto delle gallerie sono presenti colate
calcaree che assumono colorazioni bianche quando l'acqua deposita
carbonato di calcio, rosa o rosse quando insieme al calcare si deposita
anche il ferro, nere quando siamo in presenza di ossidi di manganese.In
questo percorso potremo provare la sensazione del buio; ci troveremo ad
ascoltare i suoni della natura , dell'acqua che, lasciata a sè lentamente
finirebbe con il colmare gli spazio che l'uomo ha faticosamente scavato;
potremo immaginare le condizioni dei minatori che hanno lavorato in questi
ambienti. E se riusciremo ad estraniarci per un breve lasso di tempo dalle
preoccupazioni e dalle distrazioni di cui il mondo esterno
ininterrottamente ci circonda, forse riusciremo persino a vedere, per
pochi attimi, il folletto della miniera Stese.
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